I barbari del vino

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Da quando la strada per le Langhe è diventata un viaggio lunghissimo, selettivo, sofisticato, elitario e pallosissimo?


Abbiamo letto – a dire il vero senza sorpresa – che le vendite di vino in Italia sono ai minimi storici (poi ai giornalisti piace fare paragoni e così ci informano che addirittura siamo ai livelli dell’Unità d’Italia). La causa, evidente, è la crisi: paradossale panacea di tutti i mali, giustificazione per ogni problema. Non stiamo qui certo a mettere in dubbio che se una famiglia deve far quadrare i conti, un bene come il vino di qualità è tra i primi a cadere sotto la scure di una spendig review domestica.

Ci si consola con il fatto che continuano a “tirare” le esportazioni. E lo sappiamo bene, ed è anche per questo che i nostri eventi promozionali, tra Europa e Asia, sono sempre un successo. Però non possiamo rassegnarci al fatto che gli Italiani non vogliano più assaporare il piacere del vino. E dobbiamo interrogarci sulle cause che, insieme con la crisi, concorrono a rendere davvero d’attualità la questione.

E allora ci è tornato alla mente questo:

Sarà probabilmente vero, pensa il barbaro, che il brasato al Barolo è più buono di questo orrendo hamburger: ma io ho fame qui e adesso, e se devo andare fino nelle Langhe per mangiare quello splendore, io là ci arrivo morto. Specie da quando la strada per le Langhe è diventata un viaggio lunghissimo, selettivo, sofisticato, elitario e pallosissimo. Alessandro Baricco (I barbari, Feltrinelli 2008).

Qui si parla di cibo, vero, ma il discorso è perfetto anche nel nostro caso. Non sarà che il vino è diventato ormai un argomento per iniziati? Un ambito in cui l’appassionato, per non parlare del semplice curioso, si sente in obbligo di entrare in punta di piedi, frenato da timore reverenziale? Una specie di opera d’arte contemporanea, a cui ci si avvicina di soppiatto, già sapendo che non se ne comprenderà molto.

Viene alla mente, anche, quella scena del film “Sideways” in cui l’amico dell’esperto di vino, all’ennesima descrizione “a bocca asciutta” domanda, esausto, “ma quando si beve?”. Ecco, appunto: ma quando si beve?

Fuor di metafora: quando torneremo a pensare al vino in termini di convivialità (sì: anche quella!) e di tradizioni? La figura dei professionisti del vino è fondamentale, certo, ma non possiamo pensare che la comunicazione possa prescindere dalle persone con cui abbiamo a che fare.

Perché, ad esempio, il film “Barolo Boys” ha avuto un grande successo? Perché lì si legge la storia di una generazione e di un territorio – un esempio perfetto di storytelling, con tanto di eroi e antagonisti – e poco spazio lascia al tecnicismo del vino.

Dobbiamo tornare a raccontare il vino nella sua più schietta e accessibile dimensione, prima di tutto, lasciando gli esperti ad alambiccarsi sulla sua mineralità e persistenza. Ecco quello che dobbiamo fare: ritornare alla storia e alle storie, senza troppe storie. Per poi, finalmente, bere.