I Parchi italiani in equilibrio fra tutela e turismo

Quando si parla di natura e turismo il punto d’equilibrio è precario e delicato. Dove trovarlo? Forse lungo la strada che abbiamo individuato per il progetto VIVA. Che è la stessa percorsa da Giampiero Sammuri, Presidente di Federparchi.



Quando una proposta solleva molte reazioni vale la pena prenderla sul serio. Come quella che Gianluca Vignale, Assessore alle Aree Protette e all’Economia Montana della Regione Piemonte, ha illustrato ai direttori dei Parchi regionali: “Fare sistema con il territorio, creare un portale unico e una card a pagamento in cambio dell’offerta di nuovi servizi”.

L’idea nasce da un’esigenza lampante: la crisi finanziaria degli enti pubblici si è abbattuta con forza sulle aree protette, mancano i soldi e servono nuovi strumenti per sostenere economicamente il sistema dei parchi piemontesi.

A inizio giugno ecco sulle pagine cuneesi de “La Stampa” la presa di posizione dei dirigenti delle aree protette: “tecnicamente impossibile”, dicono (quasi) in coro. La ragione è semplice: “Come è possibile controllare i visitatori su migliaia di ettari e tanti accessi?”.

Però la questione va affrontata, la proposta di Vignale va discussa: perché la tutela dell’ambiente passa anche per la valorizzazione dei parchi e delle aree protette – che hanno tra i loro compiti, appunto, non solo la salvaguardia, ma anche la promozione dell’esperienza turistica a contatto con la natura. E senza soldi, purtroppo, non è possibile farlo.

Il turismo salvatore della Patria


Da tempo immemore fanalino di coda dei carrozzoni elettorali, il turismo è diventato negli ultimi tempi – complice una crisi che impone nuove strategie e la recente nomina del Ministro Massimo Bray – un po’ ipocritamente una sorta di panacea di tutti i mali, capace di risolvere qualunque problema economico – il salvatore della patria: letteralmente. Se mancano i soldi chiediamoli ai turisti, no?

E ben venga la “vendita” (tra virgolette: sia chiaro) del nostro patrimonio culturale – e in questo caso ambientale: ma fino a che punto possiamo trasformare la natura in prodotto turistico? Dove trovare il punto di equilibrio fra tutela e valorizzazione turistica?

L’esperienza di ViVa – Valle d’Aosta unica per natura



Una strada possibile, forse, è quella che abbiamo imboccato insieme con la Regione Valle d’Aosta per il progetto “ViVa – Valle d’Aosta unica per natura”, un modo nuovo di tutelare l’ambiente naturale e stimolarne la fruizione, offrendo opportunità di sviluppo per le comunità locali.

Il progetto partiva dal presupposto che il patrimonio della Regione – aree protette, siti natura e giardini botanici alpini – aveva un potenziale turistico ancora poco sviluppato, sebbene il “turismo dei Parchi” rappresentasse una nicchia di mercato in costante crescita.

Ed ecco, puntuale, porsi la questione: come bilanciare l’esigenza di promuovere la destinazione turistica, salvandone l’anima e garantendone la sostenibilità? Con due interventi, semplici e immediati, nel nostro caso: generare sinergie con gli operatori per promuovere “pacchetti turistici” con componenti di educazione ambientale e creare consapevolezza presso i turisti.

Due strumenti messi in campo dopo un lungo studio sulle aree interessate, che ha fra l’altro definito i periodi dell’anno adatti al turismo (ad esempio: non durante l’accoppiamento degli animali) e alcune limitazioni necessarie alla tutela (ad esempio: il calcolo del “carico” massimo sostenibile delle aree per prevedere l’accesso a un numero adeguato e non impattante di turisti).

Si tratta di una serie di soluzioni che hanno individuato un punto di equilibrio fra tutela dell’ambiente e apertura al turismo: non un compromesso, in base al quale entrambe le istanze perderebbero qualcosa, ma un dialogo produttivo fra salvaguardia e promozione.

Grazie a questo progetto oggi esiste, così, una rete di oltre quaranta strutture ricettive che fanno della sostenibilità ambientale un loro valore fondamentale (tra gli obiettivi: la riduzione della CO2 emessa) e una competitiva leva promozionale a loro disposizione per presentarsi sul mercato turistico.

Le proposte di Sammuri



Di “equilibrio” parla anche Giampiero Sammuri, Presidente di Federparchi, a cui abbiamo posto alcune domande alla luce delle reazioni alla proposta dell’Assessore Vignale: “il binomio tutela-valorizzazione – è stato il suo primo commento – non rappresenta una contraddizione, ma un’opportunità”.

L’equilibrio, ad esempio, trovato dal Parco Naturale Adamello Brenta – indicato da Sammuri come esempio virtuoso di dialogo produttivo fra istanze di conservazione e valorizzazione, declinato in una serie di servizi offerti che permettono ai turisti di vivere appieno l’esperienza del parco – e dal Parco Naturale Regionale della Camargue – dotato di servizi per gli utenti e di escursioni a pagamento. Stesso equilibrio trovato dal Parco Regionale della Maremma – di cui Sammuri è stato direttore: diverse formule di pagamento (dal biglietto-base di 10 €) , la possibilità di visite specialistiche guidate, anche in notturna, riduzioni per bambini e studenti per un totale di 50/80 mila visitatori all’anno.

Un ticket per i Parchi: sì, ma non solo


In sintesi: secondo Sammuri l’obiezione “tecnica” (come delimitare le aree? come controllare gli ingressi?) è un falso problema: basterebbe “indicare molto bene i sentieri percorribili e gli itinerari, prevedere percorsi attrezzati, una cartellonistica chiara e navette per il trasporto degli utenti. In questo modo gli escursionisti sarebbero incentivati a pagare un ticket d’ingresso per i servizi offerti”.

E poi, sempre secondo Sammuri: “il pagamento di un ticket d’ingresso sarebbe anche un’operazione educativa: l’escursionista sarebbe più consapevole che i suoi soldi servono a tutelare il parco e a preservare un bene pubblico.

Ma, anche in questo caso, il turista non dovrebbe essere il “salvatore della Patria”. Perché, secondo Sammuri, “il ticket dovrebbe rappresentare una risorsa aggiuntiva, ma il finanziamento pubblico è imprescindibile: così come sarebbe doveroso che in Italia, finalmente, la gestione dei parchi e delle aree protette diventasse di stampo più manageriale”.

La questione è spinosa: oggi i parchi hanno vincoli di spesa “assurdi”: ogni anno i direttori possono spendere quote prefissate dallo Stato per i diversi ambiti di intervento, senza poter definire autonomamente quali voci vanno finanziate maggiormente. Così, se l’anno precedente un Parco ha speso 100 per attività di promozione e formazione, l’anno successivo potrà spenderne al massimo il 10% in più, secondo una logica cieca che nulla ha a che vedere con una gestione corretta ed efficiente.