Il senso dell’UNESCO per il paesaggio



Cosa significa candidare un paesaggio a Patrimonio UNESCO? Molte cose, eccetto una: condannarlo all’immobilismo e a un destino da museo di se stesso. La conferma arriva da Francesco Bandarin, Vice Direttore Generale dell’UNESCO per la Cultura.


Candidare un territorio a Patrimonio UNESCO è una grande sfida professionale: il nostro lavoro per la candidatura di Langhe e Roero è stato un lungo rosario di dossier, meeting, tavoli di lavoro e sopralluoghi.

Ma oltre alla tecnica, è anche – forse soprattutto – un grande lavoro di comunicazione pubblica, di sollecitazione culturale, di sensibilizzazione. Perché il senso comune porta a immaginare per un sito Patrimonio UNESCO il destino di un museo: immobile nel tempo, cristallizzato nella sua testimonianza per le generazioni future.

Nelle Langhe e nel Roero, terra di lavoro duro e appassionato, il timore era: “Ma allora non potremo produrre cose nuove, ammodernare aziende e cascine?”. Un timore fondato, ma al tempo stesso ingiustificato: perché per la filosofia stessa dei “paesaggi culturali” è centrale l’idea di evoluzione del territorio, in quanto espressione del contributo dell’uomo alla natura.

A questo erano dedicati incontri pubblici e articoli sui giornali: con il senno di poi sarebbe stata illuminante una recente intervista che Francesco Bandarin, Vice Direttore Generale dell’UNESCO per la Cultura, ha rilasciato alla webzine dell’American Society of Landscape Architects.

“What we aren’t trying to do is freeze a landscape”: ecco, nelle parole di Francesco Bandarin,  il senso più profondo della politica dell’UNESCO sui patrimoni paesaggistici. Perché – dice ancora Bandarin – l’UNESCO è “assolutamente consapevole che sebbene l’obiettivo è la conservazione, il mondo evolve e con esso l’eredità da tutelare”.

Ma Bandarin si spinge, nel corso dell’intervista, ancora più avanti. Sollecitato a commentare il progetto del Freshkills Park in New York City (una discarica trasfomata in parco pubblico), sottolinea come la sfida culturale del futuro sia nella direzione di “rivisitare la nostra storia industriale”.

Quel che è stato fatto in Germania – paese apripista in questa direzione con l’immenso lavoro dello Zollverein – andrebbe fatto in molti paesi occidentali. Italia compresa, dove molte avventure industriali hanno lasciato eredità ingombranti e imbarazzanti: perché quello che è successo alle OGR di Torino non potrebbe succedere altrove?