La rivoluzione del turismo

La rivoluzione annunciata da Tribewanted è solo un titolo a effetto?



“Abbiamo rivoluzionato il turismo: siamo l’opposto del turismo di massa”. A parlare così, in un’intervista a “La Stampa”, è Filippo Bozotti, fondatore di Tribewanted. Addirittura il titolo del pezzo parla di “rivoluzione economica”.

Un’affermazione del genere non poteva che incuriosirci: tra ecoturismo e sostenibilità, il progetto Tribewanted sembra muoversi tra le tendenze più attuali del turismo, creando una nicchia promettente.

Sicuramente l’idea è originale: in sintesi si tratta di “una community online che sviluppa comunità ecosostenibili off line, nel mondo reale”. In pratica: un gruppo di persone che si fa “tribù”, si stabilisce in una comunità esistente e la aiuta a svilupparsi (anche) come destinazione turistica.

Il tutto secondo i principi della sostenibilità ambientale ed economica: “Dal punto di vista economico – spiegava Bozotti a Greenews.info – il ricavato dalle attività turistiche deve coprire almeno i costi di gestione. Per quanto riguarda la sostenibilità ambientale, puntiamo sull’utilizzo di energia rinnovabile, sulla riduzione dei consumi idrici e energetici e dei rifiuti, mentre il cibo arriva il più possibile dai territori vicini”.

Le prime due esperienze di “tribù” sono alle isole Fiji e in Sierra Leone, mentre l’ultima nata è in Umbria, nel borgo di Monestevole. Un’esperienza in una tribù è qualcosa di indimenticabile: così ne parla anche Emine Saner, giornalista dell’inglese Guardian che ha soggiornato a Monestevole a inizio 2013. A metà tra vacanza e quotidianità di una piccola comunità (con tanto di prestazione di manodopera per i lavori necessari alla manutenzione delle strutture).

A consultare il sito di Tribewanted e a leggere di esperienze come quella della giornalista del Guardian l’impressione è di un progetto di grandissimo fascino. Promettente, dicevamo: sicuramente in grado di intercettare molti “trend” del turismo contemporaneo – dall’attenzione alla sostenibilità ambientale alla ricerca di esperienze “vere”.

Di qui a rivoluzionare il turismo, però, ne passa. Ma forse non è un problema di Tribewanted: forse è la tendenza del giornalismo italiano a trattare il turismo come fatto di costume a cui dedicare titoli a effetto?