Startup: l’innovazione non è solo nei bit


Le “startup innovative a vocazione sociale” sono startup a tutti gli effetti, con tutti i vantaggi previsti per questa tipologia d’impresa. Allora perché sono appena tre quattro le startup innovative in agricoltura iscritte nell’apposita sezione del registro delle imprese? 


Il fenomeno delle startup, a cui abbiamo assegnato ampio spazio nel nostro blog e a cui dedichiamo grande attenzione nella nostra attività quotidiana, rischia spesso di essere inteso solo nella sua accezione di innovazione tecnologica. Per chi come noi si occupa di settori in cui la tecnologia è sì fondamentale, ma non il vero “cuore” dell’innovazione, è importante fare passare l’idea che i concetti (e l’attenzione mediatica e il sostegno finanziario pubblico) di startup e imprenditoria giovanile sono applicabili anche a settori come turismo e agroalimentare.

Ci viene in aiuto, in questo senso, il cosiddetto Decreto Crescita 2.0, che ha definito la tipologia di startup innovative “a vocazione sociale” come quelle aziende che operano in settori come istruzione e formazione, tutela dell’ambiente, valorizzazione del patrimonio culturale, turismo.

L’articolo 1 della legge dichiara, testualmente, che “possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le organizzazioni private, ivi compresi gli enti di cui al libro V del codice civile, che esercitano in via stabile e principale un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni o servizi di utilità sociale, diretta a realizzare finalità di interesse generale”.

Alla luce di questa precisazione, allora, diverse esperienze avviate in un settore come quello dell’agroalimentare rientrano a pieno titolo nella categoria delle “startup innovative a vocazione sociale”? Pare proprio di sì. E a confermarlo una recente intervista rilasciata da Mattia Corbetta, membro della Segreteria Tecnica del Ministero dello Sviluppo economico, al portale di Coldiretti Giovani Impresa: tra le altre osservazioni Corbetta conferma ad esempio che “fattorie didattiche e fattorie sociali sono senza dubbio startup innovative a vocazione sociale, perché conducendo attività educative coltivano, oltre a una logica economica, un interesse “sociale” che fa capo all’intera collettività”.

Non si tratta di una cosa da poco: si tratta di una definizione rilevante sul piano fiscale, in quanto alle persone fisiche e giuridiche che investono nel capitale di startup innovative a vocazione sociale sono riservate “agevolazioni di vantaggio, che si traducono rispettivamente in detrazioni IRPEF del 25% e deduzioni sull’imponibile IRES del 27%”.

Tutto bene, o quasi. Come fa giustamente notare Coldiretti, “allo stato attuale le startup innovative in agricoltura sono solo tre quattro”. Secondo Corbetta il problema “dipende solo ed esclusivamente da un problema di natura comunicativa”. Ovvero: il fenomeno delle startup innovative non ha ancora scavalcato il recinto dell’innovazione tecnologia e, finché non lo farà, non potrà garantire il suo contributo al rilancio dell’economia italiana.

Ecco: questo post serve, nel suo piccolo, a colmare questa lacuna informativa. La speranza è che Ministero e associazioni di categoria, insieme a media e opinion leader, facciano la loro parte e riescano finalmente a chiarire la questione. Per il bene del nostro paese e dei giovani imprenditori che credono nell’agricoltura e nell’eccellenza agroalimentare.


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