Spesso, però, questo è solo il primo passo di una collaborazione più estesa con territori ed enti che hanno una visione di lungo periodo, che sanno immaginare un futuro non solo per un progetto specifico, ma per tutta la loro comunità di riferimento.
È un lavoro che coinvolge tutte le competenze di Ideazione, a partire dai professionisti che si occupano di project management: ad esempio Annagloria Buonincontri e Paola Bottero, con cui proviamo a capire meglio l’approccio di Ideazione ai bandi di finanziamento emessi da enti pubblici e fondazioni.

Partiamo dal cuore della questione. Quando un ente locale vi chiede supporto, qual è il vostro primo passo?
Annagloria: La prima cosa che facciamo è… fermarci. Prima di “buttarci” sulla ricerca di un finanziamento, ci chiediamo: qual è il punto di arrivo che vogliamo raggiungere davvero? Non solo “cosa serve oggi”, ma “dove vogliamo che questo territorio sia tra tre, cinque, dieci anni?”.
E questa è probabilmente la cosa più importante che facciamo. Perché questo cambio di prospettiva – dal bando al progetto di visione – è ciò che definisce il nostro approccio e aiuta a generare impatti concreti e duraturi sui territori e sulle comunità. Non ci limitiamo all’analisi di un bisogno contingente e a individuare gli strumenti per soddisfarlo nell’immediato: proviamo piuttosto a immaginare insieme alle amministrazioni come le soluzioni che attiveremo possano contribuire a un patto più ampio con il territorio, con la comunità, con gli altri enti.
Quindi non siete solo esecutori di progetti, ma accompagnatori?
Paola: Esattamente. Non creiamo progetti semplicemente per partecipare a bandi. Per noi un bando è uno strumento per rispondere a bisogni concreti e innescare idee di più ampio respiro e attivare processi. A volte partiamo da una visione molto ampia, che ci permette di intercettare opportunità rilevanti (europee, nazionali), altre volte attiviamo piccoli “pezzettini” di percorso che possono essere finanziati a livelli diversi: locale, regionale, nazionale. L’importante è che tutti questi pezzi vadano nella stessa direzione e, alla lunga, compongano un disegno coerente.

Un vero e proprio accompagnamento strategico, dunque: come si svolge in pratica? Un ente arriva da voi con una richiesta puntuale e poi: cosa succede?
Annagloria: Di solito gli enti si presentano con una richiesta molto concreta: “vogliamo ristrutturare la biblioteca” o “vorremmo allestire un centro per i giovani”, o ancora “ci serve un finanziamento per il tetto del centro culturale”…
È a quel punto che iniziamo a fare – e farci – domande: perché proprio lì? Quale impatto vogliamo generare sulla comunità? Ci sono altre esigenze o opportunità che possiamo collegare? È così che, da quella richiesta puntuale, spesso si avvia una relazione che permette di accompagnare l’ente ad ampliare lo sguardo a una visione più ampia, individuando opportunità e strumenti per realizzarla.
Una consulenza che va ben oltre la tecnica, quindi.
Annagloria: Decisamente: il nostro lavoro è mettere ordine, allargare lo sguardo, collegare i puntini. Trasformare “rifacciamo il tetto” in “valorizziamo la biblioteca per farne il cuore di un percorso di rigenerazione territoriale che, a sua volta, attiverà più fondi e più soggetti”. Nel nostro approccio il dialogo e il confronto sono fondamentali in questo percorso.
Ci fate qualche esempio concreto?
Paola: Otto Basso Monferrato per noi è un caso esemplare. Un progetto che è partito da una cooperativa sociale che si occupa di migranti – apparentemente lontanissima da qualsiasi progetto turistico, ma grazie all’intuizione dell’ente e al lavoro di consulenza e al confronto con diverse figure interne che si occupano di pianificazione territoriale e capacity building, siamo riusciti a far emergere una visione chiara: usare lo sviluppo turistico e territoriale come strumento di integrazione sociale.
Da un’idea che inizialmente era inevitabilmente confusa è nato un circolo virtuoso: è stato registrato il cammino in Regione Piemonte, sono stati coinvolti tutti i comuni del territorio, la Fondazione Compagnia di San Paolo ha creduto nel progetto e oggi, dopo tre anni, i vari enti pubblici e privati si muovono coordinati intorno a un obiettivo comune.
Ogni comune presenta il proprio pezzo di progetto, ma tutti all’interno della stessa visione. Non è più “faccio l’ostello perché c’è il bando”, ma “faccio l’ostello perché fa parte di un percorso di sviluppo turistico che crea competenze, lavoro e integrazione sul territorio”.
Nel vostro lavoro di ricerca fondi e progettazione sui bandi, emerge chiaramente che i risultati migliori arrivano quando dietro c’è una visione di medio-lungo periodo. Non basta più dire “dobbiamo rifare il parchetto per i bambini: trovami i soldi”. Serve un lavoro più ampio, che coinvolga la comunità. In che termini il percorso fatto con Ideazione su Ottobasso Monferrato risponde a questo approccio?
È una bella domanda, e anche per noi è un dibattito ancora aperto dentro l’organizzazione. Da sempre siamo abituati a lavorare su bandi con mandati molto chiari, quasi un capitolato: area di intervento definita, regole precise, procedure rigide. Questo ci ha permesso di specializzarci e di radicarci profondamente sul territorio, soprattutto nei piccoli comuni.
Ma proprio lavorando sul territorio, nel mondo del welfare e dell’accoglienza in particolare, intercettiamo continuamente altre vulnerabilità e potenzialità che non sono scritte nel bando. Il terzo settore ha questa capacità unica: fa problem solving in tempo reale, prova soluzioni, e quando funzionano la politica le fa diventare sistema.
Nel caso di Otto Basso Monferrato l’intuizione è stata capire che su quel territorio rurale c’erano potenzialità enormi e che noi potevamo essere un attore utile, soprattutto nei piccoli comuni, senza entrare in competizione con nessuno. Potevamo portare valore aggiunto proponendo risposte a bisogni stringenti: paesi che si sentono isolati, in via di spopolamento, il tutto condito da una certa dose di campanilismo.

Da dove parte tutto questo? Non solo il progetto intendo, ma proprio questa nuova visione, questa nuova consapevolezza?
Da due esperienze fondamentali. La prima è stato il progetto europeo Ruritage dell’Università di Bologna, uno dei progetti più importanti finanziati dall’Unione Europea sulla rigenerazione delle aree rurali. Siamo stati chiamati come role model proprio perché uniamo immigrazione e rigenerazione rurale. Per quattro anni abbiamo girato l’Europa confrontandoci non più solo sull’accoglienza, ma su food, nuove tecnologie, turismo, cultura. Questo ci ha fatto uscire dalla logica “dobbiamo far star bene i beneficiari” per entrare in quella “possiamo far star bene anche i territori dove accogliamo i beneficiari”.
La seconda è arrivata con il bando di Fondazione Compagnia di San Paolo sulla linea “Territori Inclusivi”. Lì abbiamo visto la possibilità di sviluppare proprio l’intuizione che avevamo da tempo: passare dall’accoglienza come centro a un’idea di sviluppo locale in cui l’accoglienza è solo un pezzo del mosaico.
È a quel punto che entra in gioco Ideazione?
Sì. Quando abbiamo capito che serviva supporto tecnico per bandi più complessi, abbiamo contattato Ideazione, che ha mostrato subito interesse e curiosità per questa idea – che non era ancora un progetto vero e proprio, ma una visione di sviluppo che coltivavamo dal 2018.
Ideazione ha visto il potenziale e ci ha supportato nella ricerca fondi, nella costruzione del percorso e nella scrittura dei progetti. Grazie al loro lavoro siamo riusciti a presentare alla Compagnia di San Paolo un piano di marketing e il lancio del Cammino che inizialmente era sembrato “anomalo” (un ente di welfare che chiede soldi per un cammino turistico). Alla fine ci hanno concesso anche un finanziamento extra perché hanno creduto nella visione.
Come descriveresti il rapporto che si è creato tra PIAM e Ideazione?
Lo definisco un’alleanza inventiva: è un concetto che ho sentito per la prima volta da Thomas Emmenegger, psichiatra svizzero venuto in Italia al seguito di Franco Basaglia. Non è una semplice partnership, né un protocollo d’intesa, né un rapporto classico committente-fornitore. È qualcosa di più libero, fantasioso, di pensiero. Il confine tra cliente e consulente diventa labile: ci alimentiamo a vicenda. Noi portiamo il contenuto profondo, la conoscenza del territorio e dell’accoglienza; Ideazione porta il sistema, la capacità di progettare, di intercettare bandi, di tradurre la visione in progetti concreti.
Cosa immagini per il futuro di Ottobasso Monferrato? Può diventare un modello?
Siamo nella fase di verifica: stiamo testando se le nostre intuizioni funzionano davvero sul territorio. Non sarà tutto liscio, ma è proprio questo il momento interessante. Oltre all’aspetto turistico, questa esperienza ha una valenza inedita: parla di coesione sociale e di accoglienza in un periodo in cui politicamente si discute di “remigrazione”. È una narrazione di buonsenso, non militante: l’idea che nello sviluppo locale ci sia posto per tutti, che la coesione sociale sia un vantaggio per l’intera comunità.
A Montafia, un paese di mille abitanti, continuano a promuovere l’accoglienza perché porta bambini che tengono aperta la scuola, presidi pubblici, indotto economico. L’accoglienza non è solo “il migrante che fa la guida turistica” (quell’immagine un po’ stereotipata), ma un sistema che rafforza il tessuto sociale ed economico del territorio.
In Italia non esistono ancora esperienze strutturate che uniscano in modo così esplicito dimensione sociale e turismo lento, ma Otto Basso Monferrato potrebbe diventare un modello da replicare in altre aree interne. Stiamo già vedendo germogli altrove: in Calabria, ad esempio, tre comuni che fanno accoglienza SPRAR hanno creato una ciclovia ispirata alla stessa logica.
In sintesi, qual è il messaggio più forte che esce da questa esperienza?
Che è il tempo delle alleanze inventive. Alleanze in cui il terzo settore, i progettisti territoriali, le amministrazioni locali e le fondazioni private si mettono insieme non solo per eseguire bandi, ma per immaginare futuri nuovi. Otto Basso Monferrato è nato così: da un’intuizione, da una visione coltivata nel tempo, da soggetti che hanno deciso di allearsi per inventare qualcosa che prima non c’era. E forse è proprio questo il modo più potente per rigenerare i piccoli comuni e ripensare l’integrazione in Italia