Ogni impresa è fatta di persone. E del loro rapporto con le comunità e i territori che li ospitano. Cosa significa guidare il cambiamento in un ecosistema così complesso?

Diciamo sempre che il cambiamento è un processo inevitabile che prima o poi, per sollecitazione esterna o per decisione autonoma, va affrontato. Un viaggio lungo e complesso, ma facilitato dal fatto che ognuno di noi ha dei precisi punti cardinali a fare da guida: i propri valori.

È per questo che quando parliamo di “cambiamento” abbiamo sempre davanti agli occhi i volti delle persone con cui immaginiamo i processi di sviluppo che poi, tutti insieme, alimenteremo nei territori e nelle comunità in cui esse vivono. Sono i volti di chi, quei territori e quelle comunità, già sollecita – o ha intenzione di farlo – con progetti culturali, imprenditoriali, idee e relazioni che guardano al futuro.

In Ideazione sono Aldo Buzio e Ivana D’Angelo a ricordare meglio di tutti espressioni, passioni, dubbi e speranze di molti di loro. Aldo fra le altre cose segue da tempo i laboratori di accelerazione d’impresa e di creazione di reti d’impresa in Progetto Appennino: lavora con aspiranti imprenditori o imprenditori già attivi per trasformare le loro idee in attività solide e in grado di generare, a loro volta, cambiamenti sui territori in cui operano. Ivana affianca invece molte realtà – enti del terzo settore e piccole imprese – nel processo di razionalizzazione della loro organizzazione interna e quindi nell’ottimizzare e amplificare i loro impatti sulle comunità di riferimento.

 

Quello che viene riconosciuto durante, ma molto spesso anche tempo dopo la conclusione dei nostri laboratori, è la nostra ricerca di concretezza, la capacità di generare impatti concreti sul modo di operare delle organizzazioni con cui lavoriamo.
Quando a intraprendere un percorso di cambiamento sono interi territori e le loro comunità – gli abitanti naturalmente, ma in questo caso soprattutto le associazioni, gli aspiranti imprenditori – sono le loro passioni e la loro determinazione a indicare la direzione.

Aldo — La dimensione valoriale nei processi di cambiamento è centrale, anzi è imprescindibile. Noi abbiamo la fortuna di lavorare con persone animate da una dimensione “etica” della loro missione. Se penso ai ragazzi che affianchiamo nel Progetto Appennino è evidente come le idee di impresa che propongono hanno come “core business”, per così dire, il luogo nel quale vogliono farle crescere. È naturale che a spingerli siano ragioni economiche e professionali, ma la scintilla che alimenta la loro idea imprenditoriale è il desiderio di renderla utile e funzionale allo sviluppo del territorio in cui vivono.

Il nostro lavoro è aiutarli a trasformare la spinta generata dai valori in strategie razionali che, nel lungo periodo, possano sostenere queste idee dal punto di vista imprenditoriale. Soprattutto all’inizio è decisivo far emergere questi sistemi di valori e renderli motori del cambiamento. I percorsi che hanno generato gli impatti più evidenti e duraturi sono quelli nel corso dei quali si è creato un rapporto di fiducia, una comunione di intenti e di linguaggi. Una “comunanza” di valori sulla quale abbiamo potuto fare leva per proporre e fare accettare passaggi e direzioni magari inattese, anche più distanti dalle loro convinzioni, ma utili allo sviluppo dei progetti.

Un lavoro sulle organizzazioni e prima di tutto sulle persone…

Ivana — Prima che con imprenditori o membri di un’associazione, noi ci relazioniamo con le persone, con la loro personalità. Quando di fronte abbiamo il team di un’associazione dobbiamo fare i conti con le dinamiche tipiche di ogni gruppo “sociale”: c’è il leader che spinge il gruppo all’azione, il conservatore che ha come motto “abbiamo sempre fatto in questo modo”, e così via. La nostra abilità sta nell’intuire quanto l’organizzazione sia pronta al cambiamento, quali sono le resistenze, chi all’interno del gruppo possa essere il giusto “ambasciatore” del cambiamento: di nuovo, è decisivo il rapporto umano che si crea tra noi e il team con cui lavoriamo.

Noi abbiamo un approccio consulenziale, non siamo dei formatori. E non siamo quelli che arrivano con la soluzione standard, valida per qualunque realtà, fatta di strumenti e metodi da applicare quasi acriticamente. Noi partiamo sempre da un’analisi profonda attraverso la quale capire quali sono le intenzioni delle persone e come il nostro lavoro possa essere utile a mettere a fuoco quell’orizzonte. Senza invadere altri campi, spesso c’è anche una componente piscologica nel processo di cambiamento che affrontiamo insieme a queste organizzazioni, perché affrontare un cambiamento è comunque un passaggio “traumatico” che sposta molti punti di riferimento non solo delle organizzazioni, ma delle stesse persone che ci lavorano.

La nostra abilità sta nell’intuire quanto l’organizzazione sia pronta al cambiamento, quali sono le resistenze, chi all’interno del gruppo possa essere il giusto “ambasciatore” del cambiamento.
Lavorando sul piano umano, sulle relazioni, succede anche di “scontrarsi”?

Aldo — Sì, ma è sempre uno scontro costruttivo. E anzi, a spesso siamo noi stessi a provocarlo: nei nostri laboratori c’è sempre una parte iniziale in cui “distruggo” – idee, convinzioni, abitudini. È il passaggio fondamentale per far sentire la necessità del cambiamento: devi portare a capire cosa non funziona, dove intervenire, cosa smontare e ricostruire. E puoi farlo solo se prima hai costruito un rapporto di fiducia, basato appunto su quella comunanza di valori che ti rendono credibile e, diciamo così, degno di fiducia…

Rapporti umani, valori, motivazioni: ma il cambiamento va guidato anche attraverso una consulenza più “tecnica”, legata anche ai numeri, alla sostenibilità economica.

Ivana – È fondamentale, anche perché spesso per la tipologia di associazioni con cui operiamo – penso ad esempio alle associazioni culturali che seguiamo per Next Generation You – questi aspetti sono spesso  sottovalutati. Di nuovo: in queste realtà la motivazione e l’impegno culturale e/o sociale sono il vero motore dell’attività e a volte ci si dimentica che, senza una pianificazione e attenzione alla sostenibilità economica, quegli obiettivi pure così “alti” e importanti diventano irraggiungibili…

L’inquadramento teorico è utile per allineare il linguaggio e per porre obiettivi, ma non è sufficiente a generare impatti reali: perché le realtà sono troppo diverse fra loro, troppo lontane da un modello teorico. Sono uniche, come le persone che ci lavorano: quello che è importante è saper adattare la teoria alla realtà. Quando invece provi a “piegare” la realtà al modello teorico di riferimento non offri un servizio utile perché per il tipo di enti con cui lavoriamo spesso si tratterebbe di un processo impossibile da gestire.

Il cambiamento si valuta anche attraverso gli impatti positivi che esso genera sui territori e sulle comunità: in quale misura possiamo parlare di “concretezza” dell’evoluzione?

Aldo – Quello che viene riconosciuto durante, ma molto spesso anche tempo dopo la conclusione dei nostri laboratori, è la nostra ricerca di concretezza, la capacità di generare impatti concreti sul modo di operare delle organizzazioni con cui lavoriamo. Ci viene riconosciuto e viene apprezzato il fatto che la trasformazione che proponiamo diventa reale: lavoriamo su pratiche frutto di esperienza, non su concetti teorici – che sono affascinanti da esporre e belli da vedere, ma difficili da mettere “a terra”. Io dico spesso che “vengo dalla strada”, nel senso che io per primo ho avuto e ho tuttora esperienze di associazionismo e conosco bene, perché le ho vissute sulla mia pelle, le difficoltà di queste realtà: questa mia storia personale crea – di nuovo… – un rapporto di fiducia che legittima il mio contributo, anche quando, come dicevo prima, ha inizialmente un carattere “distruttivo”…

Le dinamiche che si innestano fra imprese – o idee d’imprese – territori e comunità sono così articolate che vale la pena indagare questa complessità osservandola da un orizzonte ancora più ampio: lo facciamo attraverso lo sguardo di Francesca Campora, direttore generale di Fondazione Edoardo Garrone, che ha accompagnato Progetto Appennino fin dal suo esordio, nel 2013.

Il nostro focus si è spostato progressivamente: oggi è diventato centrale per noi favorire la costruzione dell’ecosistema in cui l’impresa vivrà e crescerà, in un dialogo continuo con la comunità che la ospita.
Sono passati oltre dieci anni dalle prime esperienze di Progetto Appennino: come Ideazione lo seguiamo fin dall’inizio: dall’embrionale Campus Restartapp lo abbiamo visto evolvere nel tempo…

È corretto parlare di evoluzione: il nostro focus si è spostato progressivamente, un po’ da solo e in modo naturale. In una prima fase di Progetto Appennino eravamo inevitabilmente concentrati sul campus dedicato alle startup e attenti a sostenere anzitutto gli aspiranti imprenditori nella realizzazione delle loro idee, per così dire, da un punto di vista “tecnico”. Poi, piano piano, il progetto è maturato – devo dire grazie anche al continuo confronto con i nostri partner, da Ideazione stessa fin dall’inizio, fino al ruolo centrale che ha assunto recentemente Legambiente – e abbiano ampliato lo sguardo dalla startup in sé al territorio in cui essa si insedia: oggi è diventato centrale per noi favorire la costruzione dell’ecosistema in cui l’impresa vivrà e crescerà, in un dialogo continuo con la comunità che la ospita e il tessuto umano, culturale e ambientale con cui essa dialoga quotidianamente.

Quindi è corretto quanto dicevamo prima con Aldo, cioè che in un certo senso le idee imprenditoriali che i ragazzi candidano a Progetto Appennino hanno in un certo senso come “core business” il luogo nel quale vogliono farla crescere…

Certamente, tanto più se pensiamo a come sono cambiati i ragazzi negli ultimi anni – e mi riferisco a un approccio che mi pare orientato a meglio bilanciare la dimensione lavorativa e professionale con il “resto” della vita. A Progetto Appennino accedono ragazzi mediamente già molto formati, che hanno magari già alle spalle precisi percorsi professionali, ma determinati a cambiare vita: non per scappare da qualcosa, ma per andare incontro a qualcosa. Il campus diventa l’attivatore di queste scelte, l’occasione per metterle in pratica.

La nuova formula biennale di Progetto Appennino favorisce ancora di più, quindi, questo legame con il territorio…

Noi abbiamo monitorato sempre i risultati del nostro lavoro con l’Università Bocconi e l’Università Statale di Milano, da cui sono emerse evidenze interessantissime sul tipo di crescita delle “nostre” imprese: fra tutte, mi pare importante quella relativa al concetto del “limite”. In senso positivo: nella capacità di mantenere la propria autenticità, crescere fino a quando quella corrispondenza con l’idea originaria non viene meno, soprattutto rifiutando di diventare “estrattivi” rispetto al territorio, ma volendo rimanere fortemente generativi. Tutti insieme, per così dire, siamo usciti dall’aula per rivolgerci al territorio circostante, in termini di pianificazione con il territorio stesso, di consapevolezza reciproca e di capacità reciproca di lavorare assieme.

Quella fra Ideazione e Fondazione Garrone è una relazione che va avanti da anni: possiamo dire che funziona perché si basa sulla concretezza? Storpiando un vecchio adagio abbiamo ragionato sul concetto di “meglio un agriturismo oggi che una gallina domani” per riferirci scherzosamente al tipo di idee imprenditoriali che escono da Progetto Appenino…

È vero, e anche in questo caso è un cambiamento che abbiamo dovuto e voluto affrontare: consideriamo che quando abbiamo cominciato, nel 2013, eravamo nel pieno dell’innamoramento generale per le startup innovative, che poi abbiamo imparato a capire che esprimono un tasso di mortalità non indifferente… Per noi, poi, ovviamente va fatto anche un discorso legato al contesto appenninico in cui lavoriamo, che di per sé evidentemente non è la Silicon Valley: richiedeva altro tipo di attenzioni e sapevamo che le filiere promettenti erano quelle che riguardavano in qualche modo l’agricoltura, l’allevamento, l’artigianato.

Poi certo, anche attorno a essi si può e si deve accostare una quota parte di innovazione, che spesso però è più di processo, più di sistema, di come si fanno le cose, di come si mettono insieme le cose. Noi stavamo andando a fare una cosa estremamente contestualizzata e dovevamo rispondere al potenziale di partenza e agganciarci a quel trend che era emerso dallo studio preliminare condotto per avviare il progetto. L’Appennino – e più in generale le aree interne – non è la Silicon Valley, ma è ormai un laboratorio di innovazione: magari non tecnologica, ma di pratica, nel senso che facendo leva sul loro patrimonio di culture, saperi e memorie, sa creare e alimentare quell’ecosistema fondamentale per lo sviluppo a cui facevo riferimento in precedenza.

Siamo partiti parlando di come è cambiato Progetto Appennino dal suo esordio: come si immagina che cambierà ancora? Paradossalmente: ci sarà ancora bisogno di Progetto Appennino fra dieci anni?

Sì, servirà ancora, insieme alle altre realtà che in maniera dinamica stanno replicando il nostro modello. Mi piace pensare che, però, le vere protagoniste del processo di valorizzazione dell’imprenditorialità appenninica, dello sviluppo delle aree anche a livello culturale, anche a livello politico-sociale, saranno le imprese stesse, che sempre meno possano aver bisogno di un supporto esterno e sempre di più siano capaci loro stesse di alimentare relazioni di rete tra di loro di fare e fare sistema.

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Capacity Building

Da anni affianchiamo imprese ed enti nella fase di cambiamento, con percorsi su misura: favoriamo la nascita e la crescita di nuove idee in ambiti poco convenzionali e in contesti fragili.

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Per la prima volta il progetto si sviluppa su un impegno biennale nello stesso territorio per sperimentare un modello di accompagnamento più continuativo per lo sviluppo delle aree interne.

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