Turismo enogastronomico: che fa l’Italia?

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Ora: non è che come Italiani possiamo farci insegnare dai Canadesi come valorizzare le produzioni tipiche e il “food tourism”, vero? Siamo o non siamo il paese che, nell’immaginario collettivo, è legato indissolubilmente alla sua varietà di tradizioni culinarie, dalla straordinaria produzione vitivinicola, dagli eventi dedicati al cibo?

Certo che lo siamo, però leggendo il rapporto “The Rise of Food Tourism” pubblicato dalla Ontario Culinary Tourism Alliance viene un dubbio: non è che stiamo perdendo anche questa occasione per sostenere il turismo internazionale in Italia? Quello che salta agli occhi tra le pagine del rapporto è infatti come tutto il mondo, oltre ad aver compreso l’importanza del “food tourism” come nicchia di mercato dalle grandi potenzialità, hanno ormai sviluppato strategie precise e di lungo periodo intorno all’argomento.

Se pensiamo che tra i casi di studio proposti nel rapporto figurano le attività del “dipartimento” dedicato al food di Fáilte Ireland e dell’omologo ufficio di South Australian Tourism Commission, viene il dubbio che anche in questo caso l’Italia si affidi più alla sua fortuna di essere il “Bel Paese” che a strategie, programmi e attività di vera promozione del turismo enogastronomico.

Certo: abbiamo Expo. Ma abbiamo un portale del turismo nazionale in abbandono, un’attività sui Social Network non sufficiente alla “domanda di Italia” che emerge da ogni angolo del mondo. E già: Internet! Perché il rapporto canadese mette in luce – come fanno decine di altri rapporti similari – come siano la rete e i social in particolare a veicolare informazioni e desideri legati all’enogastronomia.

E questo soprattutto nella “nicchia” dei cosiddetti Millennials (che, detto per inciso, sono i turisti che dovremo accogliere subito dopo l’ubriacatura di Expo): sono loro che vogliono il “racconto” delle tradizioni legate ai cibi e ai territori che li producono. Sono loro che attendono una narrazione coerente, coinvolgente da parte dell’Italia.