Turismo enogastronomico: bicchiere mezzo pieno

Questa la percezione dei sindaci di Comuni a “vocazione enoica” e di  produttori di vino di qualità intervistati dal Censis e da Le Città del Vino per l’11° Rapporto sul Turismo del Vino.

Sono principalmente positivi i segnali che emergono dalla rilevazione che affianca alle interviste degli opinion leader, i dati relativi al posizionamento delle province italiane nell’offerta enogastronomica.

Se il comparto turistico tradizionale risente della crisi lo stesso non si può dire di quello enogastronomico che non solo “tiene le posizioni” ma cresce – tra il 2011 e il 2012 – con un ritmo intorno al 12%,  secondo l’osservazione dei “primi cittadini” intervistati.

Alimentato ai suoi albori da turisti appassionati e competenti, oggi il turismo enogastronomico viene praticato anche da segmenti meno specialistici che si incamminano lungo i vigneti. 

E allora spazio a proposte turistiche che integrino l’enograstronomia con la cultura e i momenti di convivialità, come le sagre o gli eventi, generando un mix d’offerta in grado di aumentare l’attrattività territoriale.

Occorre però fare una doverosa distinzione: non può e non deve essere infatti considerato turismo enogastronomico tutto ciò che abbia in sé anche un risvolto “mangereccio”. L’enogastronomia, infatti, può avere una duplice valenza in campo turistico: essere complemento all’offerta di una destinazione oppure, ed è una cosa ben diversa, essere il cuore dell’offerta di una destinazione.

Nel primo caso l’Italia può contare su una varietà di proposte e di eccellenze agroalimentari che, da nord a sud, arricchiscono l’offerta turistica di tutte le destinazioni, siano esse balneari, montane, culturali, ecc. Parte del rilancio della destinazione Italia passa proprio dalla valorizzazione della cucina e del vino italiano, che nell’opinione pubblica internazionale sono i migliori al mondo.

Nel secondo caso il discorso è più complesso. Le destinazioni enogastronomiche in Italia si contano su una mano: essere destinazione enogastronomica significa infatti ergere il patrimonio agroalimentare e culinario tipico di un luogo ad attrattore turistico principale (ovvero a unique selling proposition, unico argomento di vendita), rispetto cui tutti gli altri aspetti (quello balneare, quello culturale, quello sportivo, ecc.) fungono da complemento.

Non v’è dubbio che molti territori in Italia abbiano le carte per essere una destinazione enogastronomica, ma poche hanno saputo costruire attorno al patrimonio “food&wine” un sistema di offerta mirato.

Ideazione è nata e cresciuta con il territorio di Langhe e Roero, che oggi può essere considerato destinazione enogastronomica a tutti gli effetti, riconosciuta in tutto il mondo non solo per l’eccellenza dei suoi vini, ma perché tutto il territorio racconta questi vini, le persone che lo producono, la terra che li caratterizza, i personaggi che li hanno “creati”. Il turista di Langhe e Roero sa di poter contare su un sistema di offerta non solo di alto livello, ma permeato della cultura enogastronomica del luogo: enoteche, wine bar, ristoranti stellati e di alto livello, musei dedicati al vino, ai cavatappi, al tartufo, alla cucina di Langa, degustazioni professionali o amatoriali, tour tra i vigneti, agriturismo, country house, bed & breakfast. Tutto parla di vita agreste, di buon cibo e di ottimo vino.

Quindici anni fa, tuttavia, non era affatto così.Cosa dunque ha reso le Langhe e il Roero da un territorio produttore di ottimo vino a una destinazione enogastronomica? La risposta è tanto semplice da pensare, quanto complessa da mettere in pratica: ciò è stato possibile solo grazie al coinvolgimento e alla lungimiranza dei produttori di vino. In un momento di crisi del comparto enoico, le aziende vitivinicole (insieme agli operatori turistici) hanno compreso il beneficio che il “volano turistico” avrebbe conferito anche alle vendite di vino (e viceversa ciò che il vino avrebbe rappresentato per la destinazione turistica). E così, pur con fatica, il territorio si è attrezzato, i produttori sono stati coinvolti nella pianificazione delle strategie di sviluppo turistico e, oggi, i due comparti viaggiano paralleli.

L’ultima mossa in ordine di tempo di questo connubio è stata la candidatura del paesaggio vitivinicolo di Langhe, Monferrato e Roero a Patrimonio Mondiale dell’Umanità UNESCO, attualmente in fase di vaglio della commissione.

E la prossima mossa? Si chiama export. Gli ultimi studi individuano infatti nei mercati esteri la chiave per resistere alla crisi e superarla: vi sono paesi internazionali, anche europei, che stanno crescendo a tassi interessanti e che rappresentano la nuova frontiera dell’export. Oltre all’area BRIC e agli Emirati, occorre puntare ad aree prima d’ora considerate di secondo livello. Un esempio è l’est Europa: paesi come Repubblica Ceca, Polonia, Romania, Bulgaria, Ungheria, Estonia, oltre a registrare tassi di crescita molto interessanti, stanno dimostrando un maggiore interesse verso i prodotti del nostro paese, enogastronomici e turistici.

Le Langhe e il Roero (e gli operatori turistici e agroalimentari) stanno già presidiando questi mercati con una proposta di territorio mirata a esportare il vino e “importare turisti”.

E’ questa la chiave del successo, dimostrata dai dati 2011 che, per il turismo, registrano una crescita dell’15% in termini di arrivi e presenze, con una maggioranza (57%) di turisti stranieri. Stessa cosa dicasi per l’export di vino:  il Piemonte è la seconda regione esportatrice nel comparto bevande e i vini di Langa, che hanno come mercati principali quello  tedesco, statunitense e Russo, guardano con sempre maggiore interesse ai mercati emergenti.

Dall’esportazione internazionale all’”esportazione interna”: noi riteniamo che il “modello Langhe e Roero” sia un valido generatore di spunti di riflessione e confronto utili allo sviluppo di altre destinazioni enogastronomiche in Italia.