Una strategia per l’industria culturale italiana

rapporto federculture 2013

Gli italiani non consumano più cultura:
colpa solo della crisi, oppure va rivisto
il sistema culturale italiano?


Numeri da far tremare i polsi, quelli contenuti nell’annuale Rapporto Federculture, presentato a Roma il 1 luglio: nel 2012, la spesa delle famiglie italiane per cultura e ricreazione è scesa del 4,4%, dopo che nell’arco dei dieci anni precedenti (2002-2011) la spesa era cresciuta del 25,4%.

Solo colpa della crisi economica internazionale? Non sembrerebbe, visto che nel resto d’Europa le famiglie in media dedicano l’8,9% della propria spesa alla cultura, contro il nostro 7,2% – siamo davanti solo a Irlanda, Grecia, Bulgaria e Romania.

Il problema, allora, va ricercato nell’offerta culturale italiana e nella sua articolazione: serve, come ha ripetuto più volte nella sua relazione Roberto Grossi, Presidente di Federculture, una strategia che ci permetta di tornare “a essere grandi con la cosa che sappiamo fare meglio: promuovere e sostenere la bellezza del nostro paese”.

 

Ogni euro investito in cultura
ne produce (quasi) altri due.

Tra i numeri snocciolati dal Rapporto Federculture uno, in particolare, colpisce in positivo: il sistema produttivo culturale vanta un moltiplicatore pari a 1,7 (che significa che per ogni euro di valore aggiunto prodotto, se ne attivano quasi altri 2 sul resto dell’economia, ad esempio nel turismo legato alle città d’arte).

Significa, quindi, che gli 81 miliardi di euro prodotti nel 2012 dall’intero sistema produttivo culturale riescono ad attivarne altri 133, arrivando così a costituire una filiera culturale di 214 miliardi di euro.

Un patrimonio – di beni e siti, certo, ma anche di saperi ed esperienze – che va valorizzato e sostenuto affinché l’industria culturale italiana diventi davvero il motore dello sviluppo del nostro paese.

L’industria culturale:
piccola e povera.

Tutto bene, allora? Non esattamente. Perché, se di fronte all’arretramento del pubblico, la produzione culturale dovrà  sempre più essere sostenuta dai privati, sorge il problema dell’inadeguatezza dell’industria culturale italiana.

Il primo problema- non da poco – è che non si tratta esattamente di “industria”: le imprese creative e culturali nel nostro paese sono affette da “nanismo” e quindi non in grado, da sole, di sostenere la produzione culturale dell’intero paese, nè tantomeno di competere su scala globale.

E se una delle vie d’uscita dalla crisi della cultura italiana è un radicale cambio di prospettiva (“dalla sponsorship al project financing”, per citare lo slogan che ha scandito un importante passaggio dell’intervento del Presidente Roberto Grossi), ben si capisce come prima di ogni altra cosa sia fondamentale un intervento sulla struttura delle ICC italiane.

 

Finanza e marketing
per il nuovo corso
dell’industria creativa italiana

Federculture propone alcuni “attrezzi” con cui costruire una nuova “toolbox”, necessaria per sviluppare le Imprese Culturali e Creative (ICC) del futuro e sostenere l’eccellenza di prodotto tipica dei nostri imprenditori.

Tra questi strumenti il primo riguarda il finanziamento delle ICC, soprattutto quando si tratta di startup: “il mercato non basta” –  dice Federculture – e le nuove ICC “devono essere in grado di attingere, con tempismo ed efficacia, a tutte le fonti di finanziamento possibili, per crescere e investire (programmi UE e bandi privati e pubblici, accesso al credito e fondi per le reti d’impresa, crowdfunding e project financing, fino alla finanza d’investimento).

Un altro passo da compiere da parte delle ICC è quello nella direzione del marketing (innovative per definizione nel prodotto, ma poco concentrate su promozione, comunicazione, uso dei media) e della managerialità (in un processo all’insegn dell’ibridazione fra spontaneità delle ICC e capacità manageriali, fondamentali nel momento in cui le startup, ad esempio, escono dagli incubatori per camminare sulle loro gambe).

E il pubblico, che fa?

E in tutto questo, qual è il ruolo delle istituzioni pubbliche?  Esse devono tornare “a giocare il ruolo di cabine di regia” dice Federculture, capaci di tracciare la mappa delle risorse culturali e creative e gli schemi di sviluppo e collaborazione, offrendo spazio a partner privati e metodologie industriali nell’esecuzione dei progetti.

Insomma: quello che Federculture chiede all’apparato pubblico è di rendere la vita più semplice alle imprese culturali e creative, a cominciare dalla semplificazione normativa e da interventi – anche tramite il ricorso alla leva fiscale – di sostegno alla domanda di cultura.